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Oggi affrontiamo una questione che interessa da vicino le agenzie di traduzione, i traduttori letterari e specializzati e gli esperti in traduzione tout court. La traduzione e l’attualizzazione metatestuale dei realia fanno parte del più ampio problema della traduzione della cultura, questione cardine dell’intera scienza della traduzione. È proprio sulle “parole culturali” o culturospecifiche che si gioca esplicitamente la strategia traduttiva. È molto evidente se un elemento di realia viene conservato nella sua lingua o se invece viene, poniamo, sostituito con un oggetto generico o appartenente alla cultura ricevente. A volte il destino dei realia è di comparire traslitterati nella lingua originale, altre volte sono sostituiti da realia della cultura ricevente (traduzione appropriante), altre ancora sono tradotti con parole che hanno un significato più vago (traduzione generalizzante). Il loro trattamento è facilmente classificabile lungo il continuum adeguatezza/accettabilità e ha una forte connotazione storica, anche dato lo sviluppo assai recente dei cultural studies e della relativamente tarda (auto)-coscienza delle identità culturali.
Alcune di queste forme espressive spontanee – (o realia) – entrano nel vocabolario e finiscono per caratterizzare la parlata non tanto linguistica, quanto culturale di un popolo. Ogni popolazione è infatti portatrice di tradizioni culturali specifiche e, di riflesso, possiede una terminologia ignota a tutti gli altri.
La parola realia nasce nel latino medievale e significa “le cose reali”, contrapposte alle parole, che non sono considerate né cose né reali. In questa accezione, la parola indica gli oggetti della cultura materiale.
Tuttavia per definire con maggior rigore il concetto di realia all’interno degli studi sulla traduzione ci rifaremo principalmente a due studiosi bulgari, Sergej Vlahov e Sider Florin, che nel 1980 hanno pubblicato un volume intero dedicato a ciò che normalmente viene considerato “intraducibile”.
Entrando nel campo degli studi sulla traduzione è necessario fare un salto di qualità terminologico: infatti il termine non indica tanto gli oggetti quanto i segni, le parole, e precisamente quelle parole che denotano oggetti della cultura materiale, specialmente se si tratta di una cultura locale. Occorre perciò distinguere i realia oggetti (all’esterno dell’ambito traduttivo) dai realia parole (per lo più nell’ambito della traduttologia).
In ogni lingua ci sono parole che, senza distinguersi in alcun modo nell’originale dal co-testo verbale, ciò nondimeno non si prestano a trasmissione in un’altra lingua con i mezzi soliti e richiedono al traduttore un atteggiamento particolare: alcune di queste passano nel testo della traduzione in forma invariata (si trascrivono), altre possono solo in parte conservare in traduzione la propria struttura morfologica o fonetica, altre ancora occorre sostituirle a volte con unità lessicali di valore del tutto diverso di aspetto o addirittura “composte”. Tra queste parole s’incontrano denominazioni di elementi della vita quotidiana, della storia, della cultura ecc. di un certo popolo, paese, luogo che non esistono presso altri popoli, in altri paesi e luoghi. Proprio queste parole nella teoria della traduzione hanno ricevuto il nome di «realia».[1]
Dobbiamo segnalare che in francese questo fenomeno linguistico viene denominato référent, il che rinvia immediatamente alla terminologia adottata da Ferdinand de Saussure nel suo “Essais de linguistique générale”, laddove esso denota «la parola che attualizza la lingua, entità astratta, e rinvia ad un oggetto preciso del mondo». Tra le sei funzioni assunte dalla comunicazione linguistica figura infatti la funzione referenziale, rivestita da tutti quegli elementi che rinviano al contesto o che hanno una mera finalità informativa (ambito denotativo).
Differenze linguistiche a parte, occorre prestare attenzione a non confondere il campo dei realia con quello dei termini. Sentiamo il parere di Vlahov e Florin:
Tra termini e realia esiste una differenza significativa. I termini sono la base del lessico scientifico; la loro sfera d’azione è la letteratura specialistica, scientifica; nelle altre sfere, soprattutto nella letteratura artistica, sono usati con un preciso scopo stilistico. I realia non s’incontrano prevalentemente nella fiction, dove com’è noto rappresentano elementi del colorito locale e storico; ne troviamo anche in alcune scienze descrittive, ma ormai soprattutto come denominazioni di oggetto di descrizione o addirittura come termini allo stato puro.[2]
Altri studiosi ricorrono a termini diversi per identificare lo stesso concetto. Newmark, per esempio, parla di parole culturali straniere, mentre i già citati ricercatori bulgari Vlahov e Florin, e con essi Robinson, Schäffner e Wiesemann etichettano il fenomeno come realia, benché questi ultimi usino anche l’espressione fenomeni legati alla cultura e termini o oggetti culturospecifici.In Vinay e Darbelnet ritroviamo invece la perifrasi divergenze culturali e metalinguistiche, inNord fenomeni culturospecifici e marcatori culturali, in Vermeer il termine culturema. Lepschy parla di eteroglossia (compresenza di idiomi diversi all’interno di uno stesso testo), e in tale definizione fa rientrare il fenomeno dei realia, sottolineando l’impegno profuso da Vlahov e Florin in questo ambito.
Florin sembra avere una concezione piuttosto semplice di ciò che si intende per realia:
Realia are important for at least two reasons. They show quite unequivocally that translation, though based in language, is by no means limited to language. Translators have to transfer things and concepts from one universe of reference to another, not just words from one language to another. Realia also show that translations are, and will always remain, translations. […] Realia constitute those points in the translated text at which «the translation is showing», simply because the universe of reference of culture A never totally overlaps with the universe of reference of culture B.
I realia sarebbero quindi elementi che mostrano la traduzione nel testo tradotto; in tal senso non sarebbe soddisfatta l’ultima delle condizioni di Donald Buchanan, secondo il quale una buona traduzione deve: rendere fedelmente il senso del testo; conservare stile e tono dell’originale; non comprendere alcuna costruzione grammaticale scorretta; esprimersi in modo tale che non si senta mai che si tratta di una traduzione.
L’approccio storico-culturale alla traducibilità della cultura come tentativo di analisi pratica sistematica dell’originale e della traduzione che si realizza con l’aiuto di una serie di parametri fa emergere in Peteer Torop il discorso dei realia (cultural terms); più specificatamente, essi sono rintracciabili in ciò che chiama parametro del livello di esplicitezza (degree of explicitness), che comprende anche le connotazioni culturali (cultural connotations), le parole chiave culturali (cultural key terms) e gli stereotipi culturali (cultural stereotypes). Nel parametro successivo, la fascia, fa rientrare gli elementi transculturali (tipo Occidente-Oriente). Infine prende in esame i possibili parametri di traducibilità di una cultura, ed è nel parametro della lingua che include, assieme ai realia, le categorie grammaticali, l’etichetta di conversazione (che – tiene a precisare – può sempre rientrare tra i realia), le associazioni, l’immagine del mondo e il discorso (parole). Da ultimo, definisce i realia come trasformazioni traduttive culturologiche all’interno del suo modello di progettazione linguistica della traduzione.
Un’osservazione puntuale sui realia si ritrova anche nello scienziato della traduzione Gideon Toury; egli infatti introduce la distinzione molto proficua tra i concetti di adeguatezza e accettabilità, e afferma che in caso di traduzione «adeguata»[3] i realia vengono conservati anziché sostituiti, i nomi propri non adattati e i deittici conservati intatti, mentre, di converso, in un metatesto accettabile[4] i realia sono sostituiti con realia della metacultura oppure standardizzati (il tè delle cinque può diventare il caffè delle tre, oppure banalmente una bibita o un pasto qualsiasi), i nomi propri adattati, gli esotismi localizzati.
Bruno Osimo include i realia (assieme all’intertestualità) nel cronotopo della psicologia del gruppo e dà una serie di indicazioni pratiche a uso e consumo dei traduttori o aspiranti tali.[5]
Žukovskij, in controtendenza rispetto alla tendenza attualmente più accreditata (che consiste nel conservare gli elementi culturospecifici) e in contraddizione con quanto afferma a proposito dell’arricchimento derivante dai “viaggi”, nel suo saggio del 1810 Sulle traduzioni in generale e in particolare sulle traduzioni poetiche propone la modifica dei realia per cancellare l’identità del testo come traduzione ed evitare “stranezze”:
[…] un certo dettaglio geografico o rimando ai costumi possono essere gradevoli per il popolo al quale è destinata la poesia; ma ne risulterà solo una stranezza se vorrete conservare senza fallo nella vostra traduzione tutti questi rimandi e dettagli.
Al di là di queste riflessioni, è tuttavia in Vlahov e Florin che viene fornita una definizione precisa (e, a nostro avviso, più trasparente e univoca) di ciò che si intende comunemente per realia nella scienza della traduzione:
parole (e locuzioni composte) della lingua popolare che rappresentano denominazioni di oggetti, concetti, fenomeni tipici di un ambiente geografico, di una cultura, della vita materiale o di peculiarità storicosociali di un popolo, di una nazione, di un paese, di una tribù, e che quindi sono portatrici di un colorito nazionale, locale o storico; queste parole non hanno corrispondenze precise in altre lingue.
I due studiosi bulgari illustrano in seguito le tipologie di realia: esistono realia geografici (parole che denotano elementi della geografia fisica, della meteorologia e della biologia), realia etnografici (possono riguardare la vita quotidiana, il lavoro, l’arte, la religione, la moda, misure e monete), realia politici e sociali (comprendono entità amministrative territoriali, organismi e istituzioni, vita sociale e militare).
Anche Newmark (basandosi sul lavoro di Nida) propone cinque categorie di realia e fornisce degli esempi per ciascuna di esse:
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1) Ecology (‘ecologia’): flora, fauna, venti, pianure, colline: ‘honeysuckle’, ‘downs’, ‘sirocco’, ‘tundra’, ‘pampas’, […], selva ecc.
2) Material culture (artefacts) (‘cultura materiale’)
- Food (‘cibo’): ‘zabaglione’, ‘sake’, ecc.
- Clothes (‘abbigliamento’): ‘anorak’, sarong (South Seas), dhoti (India) ecc.
- Houses and towns (‘abitazioni’ ecc): bourg, bourgade, ‘chalet’, ‘tower’ ecc.
- Transport (‘trasporti’): ‘bike’, ‘rickshaw’, cabriolet, calèche ecc.
3) Social culture-work and leisure (‘cultura sociale- lavoro, divertimenti’): biwa, ‘reggae’, ‘rock’, ‘cricket’, pétanque, condottiere ecc.
4) Organisations, customs, ideas (‘organizzazioni, abitudini, idee’)
- Political and administrative (‘politiche e amministrative’)
- Religious (‘religiose’): dharma, karma, ‘temple’
- Artistic (‘artistiche’)
5) Gestures and habits (‘gesti e abitudini’)
‘Cock a snook’, ‘spitting’
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Un aspetto assente in entrambe le classificazioni è quello dei nomi propri di persona (o antroponimi); riteniamo invece che debbano essere considerati come realia, poiché spesso sono indicatori assai efficaci delle origini culturali di un testo.
La traduzione dei realia fa parte del più ampio problema della traduzione della cultura, questione cardine dell’intera scienza della traduzione. Le “parole culturali” o culturospecifiche sono in effetti – come già detto in precedenza – tra quelle che creano più problemi, perché su queste si gioca in modo esplicito la strategia traduttiva.
Il principio di fondo che guida le scelte traduttive in generale, e anche quelle sui realia in particolare, è che non ha molta utilità stabilire regole generali, ma è bene valutare caso per caso vantaggi e svantaggi delle varie strategie possibili. La prima scelta da operare, naturalmente, è tra trascrizione[6] (o traslitterazione nel caso di rapporti fra lingue con sistemi alfabetici diversi)[7] e traduzione. È possibile riassumere in cinque punti le variabili da cui dipende tale scelta:
- il tipo di testo;
- la significatività dei realia nel contesto;
- il tipo di realia, il loro ruolo sistemico nella cultura emittente e nella cultura ricevente;
- le lingue, le collocazioni e le collocabilità, il grado di accettazione di collocazioni insolite e di espressioni esotiche nella cultura ricevente e la volontà del traduttore di “costringere” il lettore a superare una pigrizia mentale a vantaggio di una più ricca conoscenza del mondo;
- il lettore modello del metatesto (con eventuali, probabili differenze rispetto al lettore modello del prototesto).
Il tipo di testo: se si tratta di un testo scientifico, è probabile che si incontrino pochi realia e che quei pochi siano più che altro dei termini (parole di una terminologia settoriale), che solitamente hanno come esito in traduzione il termine corrispondente nella cultura ricevente. Nella pubblicistica, statisticamente è più frequente la trascrizione (procedimento volto a conservare il gusto dell’estraneo, del diverso, dell’esotico), mentre nella letteratura finzionale la scelta dipende moltissimo dalla strategia traduttiva, perciò non è possibile tracciare quadri statistici o linee di tendenza. Nel testo divulgativo, dove un tempo prevaleva la traduzione adattata e appropriante, ultimamente si preferisce la trascrizione con nota. In ogni caso, i traduttori tendono sempre più spesso a privilegiare la trascrizione alla traduzione. L’elemento esotico, che nella fiction è spesso fondamentale, anche nella non fiction è spesso preferibile per la sua chiarezza e non confondibilità.
La significatività dei realia nel contesto: la presenza di realia in un certo testo può essere più o meno significativa, il loro ruolo può avere un valore semantico più o meno grande. Una differenza è costituita dal fatto che gli elementi culturospecifici siano estranei o propri alla cultura emittente. Quando i realia sono estranei già alla cultura emittente, spesso l’alone esotico è voluto, perciò occorre preservarlo in qualche modo; è probabile che una strategia traduttiva neutra consista nel traslitterarli o trascriverli. La presenza di realia propri della cultura emittente, invece, pone un problema molto più serio al traduttore. In questo caso il grado di esotizzazione, in caso di traslitterazione o trascrizione, aumenta molto rispetto al prototesto:
comuni e abituali nella lingua dell'originale, queste parole ed espressioni nella lingua della traduzione escono dal contesto lessicale comune, si distinguono per la loro eterogeneità, e di conseguenza esigono un rafforzamento dell’attenzione per essere decodificate.
Si può pertanto affermare che laddove i realia abbiano un significato sistemico (testuale, contestuale) importante, è più opportuna la trascrizione, mentre la traduzione è indicata quando i realia sono tra le sottodominanti più basse nella scala gerarchica stilata dal traduttore al momento di decidere la propria strategia. Il rischio insito nella trascrizione o traslitterazione è, qualora questa non convogli in alcun modo il senso lessicale della parola trascritta, di non rendersi conto che la dominante, in questo caso, era proprio la valenza lessicale della parola. A quel punto forse, se si è certi che sia questo il caso, conviene scegliere una parola comprensibile nella cultura ricevente.
Il tipo di realia: un parametro essenziale è il grado di conoscenza che in una cultura si ha di determinati realia. Alcuni non destano quasi nessun dubbio: è il caso di rublo, franco, bolscevico, toreador, termidoro, giacobino, corrida e così via; sono parole che si trovano in qualsiasi enciclopedia o dizionario enciclopedico, e in questi casi la trascrizione è una scelta quasi obbligata, poiché il lettore che eventualmente non fosse a conoscenza del loro significato può facilmente accedervi indirettamente. I realia che pongono quindi davvero problemi sono quelli nazionali (della cultura emittente), regionali e (micro-)locali. Di questi, i più semanticamente attivi si possono trascrivere, quelli più secondari eventualmente tradurre, a seconda della strategia traduttiva complessiva.
La cultura emittente e la cultura ricevente, il suo grado di tolleranza per le parole straniere e le relative lingue: non esiste una quota uniforme di parole straniere nei vari dizionari nazionali. Ci sono culture più inclini ad assorbire parole dalle culture “estranee” e altre meno. E, per motivi storici delle singole nazioni, alcune culture lasciano più il segno su altre. Bruno Osimo propone l’esempio della cultura francese (definendola «estremo protezionista») e la contrappone in modo marcato a quella italiana («polo della cultura onnivora e onniassorbente, dove l’uso di una parola straniera è considerato, in linea di massima, segno della capacità di uscire dal provincialismo».) Ovviamente in questo secolo, soprattutto con Internet, si assiste al clamoroso predominio linguistico della lingua inglese. Qualsiasi cultura in cui non viga un rigido protezionismo linguistico ospita, nei propri dizionari, una quantità di parole angloamericane che non ha reciproco.
Florin opera una distinzione importante tra strategie di conservazione e strategie di sostituzione. In realtà, la sua categoria delle strategie di conservazione ne comprende una sola: quella della trascrizione «tramite segni grafici». Può essere una trascrizione carattere per carattere (o traslitterazione se la parola originaria è di alfabeto diverso da quello della cultura ricevente), oppure una trascrizione secondo le regole di pronuncia della cultura ricevente (per esempio il francese cachemire dall’hindi Kašmir); in questo caso il realia è manipolato in modo tale da produrre una parola leggibile per i lettori del metatesto, grazie a elementi fonetici o alla traslitterazione da un alfabeto a un altro.
Partendo dai neologismi, le strategie di sostituzione consistono invece:
- nella creazione di un neologismo o calco nella metacultura (per esempio «grattacielo» per l’americano skyscraper);
- nella creazione di un traducente appropriante nella metacultura (per esempio «ciarda» per l’ungherese csárdás o «valchiria» per il tedesco Walküre);
- nella possibilità di combinare un calco con una parola della lingua d’arrivo o di assimilare il calco alle regole grammaticali della lingua d’arrivo (è il caso del tedesco Dritte Reich che in italiano diventa «Terzo Reich» e in inglese Third Reich);
- nell’introduzione di quel che chiama “neologismo semantico” (o “calco semantico”) o di una nuova parola composta, come il verbo italiano “realizzare” dall’inglese to realize o il russo snegostupy dall’inglese snowshoes (laddove la radice sneg- equivale a snow e stup- significa step).
In secondo luogo Florin menziona le approximate translations e propone:
- l’uso di un altro vocabolo della cultura emittente spacciato per forma originaria dell’elemento di realia (per esempio l’inglese latte col significato di «cappuccino» oppure l’italiano football col significato di «soccer»);
- la sostituzione di un termine specifico con uno più generico (per esempio il francese arrondissement con «divisione territoriale»);
- la sostituzione con un omologo locale del fenomeno della cultura emittente («art nouveau» come resa francese di Jugendstil);[8]
- la sostituzione con un omologo generico/internazionale del fenomeno della cultura emittente (traduzione generalizzante), come per esempio «vino rosso» come resa di Beaujolais oppure «organizzazione criminale» come resa di ’ndrangheta;
- l’esplicitazione del contenuto (o traduzione della funzione), come ad esempio «violinista ambulante proveniente dalle regioni ungheresi» per l’ungherese cigány;
- l’aggiunta di un aggettivo per aiutare a individuare l’origine dell’elemento di realia («la pampa argentina»).
Cita infine la possibilità della traduzione contestuale, che caratterizza in questo modo:
any correspondence with the translated word or words [is absent]. Their content or meaning is communicated by means of a context suitably transformed as in the case of many new concept current in the socialist countries that are totally unknown in other states. This method obviously only succeeds in communicating the general meaning: all local color is lost.
In questo caso non si tiene conto del significato di una parola, ma del significato globale della frase nel testo in questione, e si trova una soluzione che serve, se non proprio a tradurre, a non far cadere il discorso (per esempio, la frase «Questo farmaco lo passa la mutua?», tradotta in un contesto statunitense potrebbe diventare «Questo farmaco è molto costoso?»).
[1] Cfr. S. Vlahov e S. Florin, Neperovodimoe v perevode. Realii, in Masterstvo perevoda, n. 6, 1969, Moskvà, Sovetskij pisatel´, 1970, p. 432.
[2] Ivi, p. 433, cit. in B. Osimo, Il manuale del traduttore, op. cit., p. 63.
[3] «Conserva molte caratteristiche del prototesto: possono esservi casi di esotismo, storicismo e in generale straniamento culturale. La lettura è più impegnativa ma arricchisce di più, è più feconda nella dialettica della semiosfera. Il traduttore conserva il più possibile le caratteristiche di “cultura altrui” del prototesto, costringendo il lettore a uno sforzo per recepire il testo come altrui. […] Il lettore si trova di fronte a un testo “scomodo” (non scorrevole), ma ricco di stimoli per la reciproca fecondazione tra culture nella dialettica proprio/altrui della semiosfera». Cfr. B. Osimo, Propedeutica della traduzione, op. cit., p. 81.
[4] In cui il traduttore avvicina il prototesto alla metacultura e la lettura del metatesto è più facile ma meno arricchente; il testo è “comodo” (scorrevole) ma privo di stimoli. Ivi, p. 83.
[5] «I realia vanno scritti in corsivo solo se non sono stati acquisiti al dizionario italiano. È inutile fare note del traduttore per spiegare il significato di parole di cultura diversa, se queste figurano nei dizionari della cultura ricevente. I realia ormai entrati nel repertorio della cultura ricevente possono avere forme plurali secondo le regole di quest’ultima (es. geishe). Tradurre i realia significa tradurre un elemento culturale, non linguistico. Tranne che nei testi di carattere strettamente informativo (chiusi), nei quali il dato di realtà può essere talvolta sostituito con un dato di realtà della cultura ricevente, i realia di norma sono conservati inalterati nel metatesto. Essendo oggetti culturospecifici, nella traduzione interlinguistica non sono modificati per preservare l’ambientazione culturale del prototesto, se non in caso di differenza di alfabeto tra due culture.» Cfr. B. Osimo, Traduzione e qualità, op. cit., p. 158.
[6] Per trascrizione riportiamo la definizione data da Osimo: «Trasferimento di un testo da un alfabeto all’altro seguendo il principio della pronunciabilità spontanea dei parlanti della lingua ricevente». Cfr. B. Osimo, op. cit., p. 235.
[7] Per traslitterazione si intende il «trasferimento di un testo seguendo il principio della possibilità di ricostruire la grafia originaria nella cultura emittente». Ibidem.
[8] Vlahov e Florin commentano così questa strategia: [la sostituzione con un omologo locale] porta a un’inaccettabile “sostituzione” del colorito del prototesto con un colorito proprio […] capitano situazioni paradossali in cui gli analoghi più prossimi di realia estranei alla cultura ricevente sono realia, spesso pure estranei, spesso internazionali, ma vicini, comprensibili al lettore e in una misura o nell’altra privi di colorito […].
Cfr. S. Vlahov e S. Florin, op. cit., p. 101.
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